Di seguito l’intervento del Presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi, pronunciato questa mattina in Piazza Maggiore nel quarantesimo anniversario della strage.

“Il medico che arrivò con la prima ambulanza alla stazione distrutta 10 minuti dopo lo scoppio, così racconta: “Una polvere grigia sembrava ricoprire anche il cielo, un odore acre, ricordo indelebile delle bombe e tanto sangue scuro e pezzi di corpi a terra. Si sentivano lamenti sordi e richieste di aiuto e subito dopo urla, bestemmie e imprecazioni di vivi sgomenti, insanguinati, che si aggiravano intorno, tra i tanti a terra, bisognava distinguere i vivi dai morti. Era difficile separare i vivi dai morti, che spesso avevano intorno i loro congiunti. Una strage è così”. 
Norberto Bobbio, nel suo ultimo libro, scrive che tra tutte le azioni delittuose che gli uomini possono compiere contro altri uomini, la strage è quella che più si avvicina al male assoluto, la violenza estrema diretta consapevolmente contro persone del tutto innocenti. 
Il 2 agosto 1980, quando un micidiale ordigno posto nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna costò la vita a 85 persone e ne ferì 200, rimane ad oggi la data della più grave strage italiana dal dopoguerra. Sono passati 40 anni da quel giorno e questo è un anniversario speciale. Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto: 
LA STRAGE È STATA ORGANIZZATA DAI VERTICI DELLA LOGGIA MASSONICA P2 PROTETTA DAI VERTICI DEI SERVIZI SEGRETI ITALIANI ESEGUITA DA TERRORISTI FASCISTI. 
Nel corso dell’ultimo anno, infatti, nuovi importanti tasselli si sono aggiunti. Il processo per concorso in strage contro il neofascista Gilberto Cavallini, non ha portato solo alla sua condanna di primo grado come quarto esecutore materiale, insieme agli altri NAR, Mambro, Fioravanti e Ciavardini, ma ha anche fatto emergere preziosi elementi che collegano gli attentatori ai Servizi Segreti italiani. 
Da altri processi, in primis da quello sul crac del Banco Ambrosiano e da quello per la strage di piazza della Loggia, a Brescia, sono emersi importanti riscontri che collegano i terroristi fascisti a Licio Gelli: un unico filo nero che parte dal capo della loggia massonica P2 e arriva agli esecutori materiali che piazzarono la bomba alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, passando per apparati dello Stato intervenuti per permettere la perfetta esecuzione della strage e deviare le indagini. 
I risultati della maxi indagine sui mandanti e sui finanziatori della strage del 2 agosto, confermano che quel vile attentato fu progettato, organizzato e finanziato dai vertici della loggia massonica P2, eseguito da manovalanza criminale fascista finanziata e protetta da un ombrello costituito da uomini della P2 inseriti nei punti nevralgici dei Servizi Segreti italiani. 
Sono passati 40 anni da quel torrido sabato di agosto e finalmente le speranze di ottenere una completa verità sull’episodio più atroce della storia del nostro Paese cominciano a realizzarsi. Ciò è stato possibile grazie al lavoro attento e meticoloso svolto dalla Procura Generale di Bologna che, seguendo il denaro di Licio Gelli, Maestro venerabile della Loggia Massonica P2, e analizzando la mole di documenti digitalizzati è arrivata a quelle conclusioni. La gradita visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha sottolineato con il suo appoggio, l’impegno dei giudici. 
A 40 anni di distanza, magistrati coraggiosi hanno reso oggi onore nel migliore dei modi a un altro grande magistrato, Mario Amato, ucciso dai terroristi Cavallini e Ciavardini, appartenenti allo stesso gruppo terroristico di Mambro e Fioravanti, 40 giorni prima della strage del 2 agosto, proprio perché stava indagando sugli inconfessabili legami tra la galassia fascista e le coperture e i finanziamenti ad appartenenti ad apparati dello Stato. Pochi giorni prima di essere trucidato, Mario Amato aveva annunciato che le sue indagini lo stavano portando alla visione di una verità d’assieme coinvolgente responsabilità ben più grandi di quelle degli esecutori degli atti eversivi. Mario Amato, e prima di lui Vittorio Occorsio, hanno pagato con la vita la volontà di fare luce su quel patto di potere scellerato tra neofascisti e piduisti, quel progetto politico di condizionamento della democrazia in cui si radicano molti mali dell’Italia di oggi. Ai magistrati della Procura Generale di Bologna, che con il loro lavoro continuano ad aggiungere tasselli preziosi per poter raggiungere la completa verità sui retroscena della strage del 2 agosto, noi qui oggi vogliamo dire due cose: la prima è “Grazie”! la seconda è “Mai, mai, mai sarete lasciati soli”. 
La nostra associazione è con voi, il paese che con noi è stato colpito quel sabato di 40 anni fa è con voi. Poter arrivare ai mandanti sembrava quasi un’utopia, quante volte ce lo siamo sentiti dire, oggi è una concreta realtà. Non ci illudiamo che sarà un processo facile: ancora oggi esistono motivi attualissimi per continuare a mentire e a nascondere la verità su quel progetto politico di disprezzo della vita per fini di potere, che nella strage del 2 agosto ha visto la sua più lugubre realizzazione. 
Lo dimostra lo sconvolgente trattamento di favore di cui ancora godono alcuni degli esecutori materiali della strage di Bologna ricompensati lautamente per il loro silenzio sui retroscena di cui sono a conoscenza. Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, capi del gruppo di assassini fascisti denominato NAR, hanno ucciso 98 persone, sono stati condannati a 9 ergastoli lei e a otto ergastoli lui, e a decine di anni di carcere per vari reati. Non hanno mai collaborato con la giustizia. Eppure, i due terroristi più sanguinari della storia italiana oggi sono pienamente liberi, spesso trattati come star da mass media ossequiosi e riverenti, difesi da finti cultori della materia, che in ogni modo tentano di alimentare una campagna innocentista, totalmente infondata per chi conosce i processi, le indagini e la storia. Infondata, ma non insensata: il senso e lo scopo sono quelli, ancora una volta: di depistare, di creare dubbi laddove vi sono prove evidenti, d’intossicare l’opinione pubblica, di guadagnare tempo. Ne fa testo la cosiddetta pista palestinese che fu ideata e finanziata dai vertici della loggia massonica P2, nelle sue diverse versioni: 
Attentato vero e proprio 
Esplosione casuale 
Bomba esplosa casualmente alla consegna.
Tutte inutili varianti studiate ad arte per evitare che le indagini arrivassero a individuare i mandanti della strage. Da questa pista sono stati affascinati uomini delle istituzioni, politici navigati, magistrati. Molti di questi non hanno mai visto un fascicolo del processo. Si è arrivati perfino a costituire una commissione parlamentare bicamerale (Commissione Mitrokhin) per tentare di riscrivere tutta la vicenda della strage: operazione non riuscita e fallita miseramente. Con l’operazione di depistaggio palestinese, oltre che rallentare le possibili indagini sui mandanti, si voleva scardinare la sentenza della Cassazione del 1995 che condannava in via definitiva alcuni degli esecutori, i terroristi fascisti Mambro e Fioravanti, e indicava quali depistatori il gran maestro della loggia massonica P2 Licio Gelli, il Generale Musumeci, il colonnello Belmonte del SISMI e il faccendiere Pazienza. È vero che purtroppo tanto tempo è stato perso, era la loro strategia, ma non hanno tenuto conto della determinazione dei familiari delle vittime che insieme a tanti cittadini e cittadine, nonostante il passare degli anni, non hanno mollato mai e hanno portato nuove prove all’esame dei giudici contribuendo a determinare così uno scenario che può portare alla completa verità e alla riscrittura di molte vicende della storia criminale e politica del nostro Paese, non solo della strage del 2 agosto 1980. I depistatori, mediatici e non, sono ancora oggi molto potenti. Ma questi 40 anni non sono passati invano. 
Oggi, grazie alla digitalizzazione fortemente voluta dalla nostra associazione, c’è la possibilità di usare i sistemi informatici, che accelerano l’investigazione sugli atti in modo poderoso, consentendo ai magistrati di fare un’analisi incrociata su una enorme quantità di documenti. Per esempio, è sempre stato agli atti, ma nascosto tra la marea di documenti, che la tristemente celebre unità immobiliare di via Gradoli, a Roma, gestita da società dei Servizi Segreti italiani, che ha ospitato una base delle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro nel 1978, è poi servita a esponenti dei NAR per gli omicidi, nel 1981, degli agenti della Digos Francesco Straullu e Ciriaco Di Roma, che stavano lavorando con grande impegno per smascherare i soldati dell’eversione nera. 
Il variegato e agguerrito fronte che contesta le condanne dei capi dei NAR Mambro e Fioravanti e di Luigi Ciavardini, dipingendoli come ingenui e sprovveduti spontaneisti, mira esclusivamente a sollevare polveroni fuorvianti, per coprire i giochi di malaffare e potere che sono il retroterra della strage di Bologna, ma adesso sarà più difficile sostenere certe comode menzogne. Il quadro istruttorio è ormai chiaro: il 2 agosto 1980 non scoppiarono caldaie, non fu una fatalità, non un errore di comunisti palestinesi, ma una spietata volontà di terroristi fascisti, una bomba nera con la copertura sistematica di settori importanti dello Stato, Servizi Segreti e loggia massonica P2. In tutto questo non ci ha aiutato la cosiddetta direttiva Renzi dell’aprile 2014 che è da considerarsi, nella migliore delle ipotesi, una occasione persa. Le associazioni dei familiari, gli storici, i cittadini sono ancora oggi alle prese con versamenti di documenti poco significativi o addirittura con vistose omissioni: ci sono dei buchi enormi! Mancano documenti che le associazioni già conoscono perché compaiono in vari processi e soprattutto manca il contesto che è il punto essenziale per impedire la falsificazione della storia. In una riunione con alcuni vertici dei Servizi alle nostre pressioni è stato risposto: “Dopo la direttiva fu fatto un comitato di alto livello (naturalmente senza nessun rappresentante dei familiari) per determinare cosa depositare e noi, i Servizi, ci stiamo attenendo a quanto stabilito da quel comitato, se le indicazioni cambiano noi provvederemo ad adeguare i depositi”. Naturalmente quelle disposizioni non sono ancora cambiate e ci si è ammantati della trasparenza senza che questa sia stata mai davvero praticata. Abbiamo accolto con gioia anni fa la direttiva Renzi e oggi posso affermare quindi con rammarico che sta mancando la volontà politica di attuarla davvero: così è uno specchio per le allodole, costruito per tacitare le insistenti richieste dei familiari e di tutti coloro che vogliono conoscere quello che è accaduto nel nostro Paese. 

Il 2 agosto 1980 si volle colpire al cuore Bologna la rossa, perché Bologna era un sogno realizzato: una grande comunità di cittadini consapevoli e democratici, uniti da un profondo senso di appartenenza. Ma nel loro progetto criminale di potere, esecutori e burattinai della strage fecero un solo errore come ha più volte ricordato Lidia Piccolini la vedova del nostro primo presidente Torquato Secci. Quell’unico errore è stato non tenere conto della reazione dei cittadini di Bologna.
Quel 2 agosto, pur col cuore sgomento per l’orrore che aveva colpito la città, ognuno si adoperò per fare quanto poteva per aiutare e alleviare la sofferenza: i volontari per l’assistenza dei morti e dei feriti, i donatori di sangue, i taxisti per trasportare verso gli ospedali, i vigili urbani per riattivare i viaggi verso altre città e poi i ristoratori, gli albergatori, i servizi sociali e così via, in una gara di efficienza e di solidarietà che ancora oggi ci commuove e che valse alla città di Bologna la Medaglia d’oro al valor civile, per l’eccezionale prova di democratica fermezza e di civile coraggio dimostrati.
Quel 2 agosto 1980, la città di Bologna diede a tutti una lezione esemplare che ha poi spinto noi familiari delle vittime a riunirci in associazione e che è alla base del nostro stare insieme: nessuno si salva da solo. Nessuno si salva da solo e insieme si può andare avanti, si può restare attaccati alla vita nonostante il dolore. Ma in che democrazia può esistere che non si combatte insieme contro il terrorismo, che lo Stato non sia sempre al tuo fianco per spazzare via le menzogne, i depistaggi, i dubbi, che la verità debba aspettare e aspettare e aspettare ancora?
Quel 2 agosto 1980, alcuni di noi persero un parente, un affetto, la gioia di poter vedere crescere i propri figli, abbracciare i propri genitori o i propri fratelli. A un male così grande si soccombe, se non si crede a un bene altrettanto grande che possiamo fare insieme, se siamo in grado di educare al rispetto della vita, facendoci parte attiva nella società per continuare a perseguire giustizia e verità e per coltivare la memoria. Con questo intento, tre anni fa, tanti cittadini hanno aderito alla grande iniziativa “Cantiere 2 agosto – 85 storie per 85 palcoscenici”, con la regia di Matteo Belli voluta dall’Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna e dalla nostra associazione. Un bel modo per far uscire la storia dai libri e farla rientrare nella città, una narrazione corale che, partendo dalla vita delle vittime, ha dato corpo a un modo diverso per rimettersi insieme e sentirsi cittadini. Tra le altre “Cantiere 2 agosto” ha prodotto una importante occasione alla scorsa commemorazione. Per la prima volta, era presente Horst Mader; Horst, nella strage, perse la moglie e due figli. Il terzo figlio lo salvò scavando con le mani tra le macerie. Aveva promesso a sé stesso che non avrebbe più messo piede in Italia. L’anno scorso tuttavia, colpito dalla toccante iniziativa di “Cantiere 2 agosto”, ha deciso di tornare a Bologna. Ad aspettarlo ha trovato i medici, oggi in pensione, che 40 anni fa, curarono lui e suo figlio e fecero una colletta per comprargli dei vestiti nuovi. Si sono abbracciati tutti, con i capelli bianchi e la memoria intatta. Le parole di Horst rimangono nel nostro cuore: “Nonostante il dolore che provo, volevo essere a Bologna perché la memoria è importante. Non bisogna dimenticare. E voglio che si sappia il bene che ho ricevuto qui”.
Ecco. Questo è il significato di “Bologna non dimentica”.
“Bologna non dimentica” nell’orologio fermo alle 10,25 e nel nome della stazione che si chiamerà 2 agosto, non certo per la nostalgia del dolore, ma per la speranza che combatte quel dolore. In questi 40 anni abbiamo camminato insieme e il percorso è stato lungo. Alcuni non ci sono più, come Lidia Secci, tra i fondatori dell’associazione e nostra consigliera molto impegnata fino alla sua scomparsa. Il loro ricordo vive nell’impegno che non ci stanchiamo di portare avanti continuamente e con modi sempre e rinnovati per trovare canali che arrivino alle nuove generazioni per trasmettere loro la memoria come educazione al futuro e perciò continua e continuerà il nostro lavoro di divulgazione testimonianza nelle scuole con la collaborazione eccezionale ed attenta della storica Cinzia Venturoli. Perciò continua e continuerà il “Concorso internazionale di musica 2 agosto”, giunto alla 26° edizione, valorizzando ulteriormente la ricerca di nuove musiche per dare sempre di più parole e note di speranza al futuro. Continuano le staffette “Insieme per non dimenticare il 2 Agosto 80” che da 39 anni percorrono le strade d’Italia per mantenere viva la memoria. Dopo la digitalizzazione di tutti i processi storici discussi nel tribunale di Bologna con i fondi stanziati dalla regione Emilia-Romagna, continuerà in modo sempre più importante la collaborazione con il Ministero dei beni culturali che ha deciso di investire ulteriori risorse nel portale dedicato alla Rete degli archivi per non dimenticare, rendendo consultabili per tutti anche i documenti giudiziari digitalizzati nell’ambito del protocollo con il Ministero della Giustizia, il Consiglio superiore della Magistratura e l’Archivio Flamigni. Questo importante progetto va avanti anche grazie a Cassa Ammende e dopo i lavori importanti di Bologna, Roma, Milano, Brescia, Firenze presto saranno digitalizzate, anche grazie al contributo di soggetti privati bolognesi, le carte del giudice Occorsio, del giudice Amato e i processi sulla destra eversiva romana. In questi 40 anni abbiamo camminato insieme e il percorso è stato ostacolato da chi, pur di nascondere verità inconfessabili, è ricorso ad ogni mezzo per tentare di fermare la nostra Associazione e il giusto corso della Giustizia. Ma in questi 40 anni abbiamo fatto tanta strada e proprio perché abbiamo camminato insieme, con voi, tante vittorie sono state ottenute: se una volta “Depistaggio” era solo un termine giornalistico, adesso è un reato; se una volta “Strage fascista” era solo una scritta su una lapide, che qualcuno voleva cancellare, ora è una verità storica e giudiziaria incontestabile, resa possibile dall’impegno di magistrati onesti e rigorosi e alla vigilanza democratica della cittadinanza, di ognuno di noi e soprattutto di voi, che in questi lunghi anni ci avete sempre rinnovato solidarietà, affetto e vicinanza. Il quadro delle responsabilità per l’orrore del 2 agosto 1980 non è ancora completo ma ormai è ben chiaro. Se l’Italia vuole diventare una grande Nazione democratica, l’utopia di arrivare ad individuare mandanti e ispiratori politici della strage di Bologna deve avverarsi. Solo così saremo finalmente liberi. Il processo che si aprirà presto contro i mandanti può veramente cambiare la storia d’Italia e far luce completamente su mandanti e ispiratori politici che hanno giocato 6 in prima persona per sconvolgere l’assetto politico-istituzionale del Paese. Non solo con la strage del 2 agosto, ma con operazioni precedenti e successive. E questo processo, lo dico con orgoglio, è anche frutto delle nostre lotte, è il contributo dell’Associazione dei familiari all’Italia democratica. Noi siamo vittime che chiedono giustizia e anche, allo stesso tempo, cittadini che contribuiscono al percorso democratico. E noi vi diciamo: questa è una storia che ci riguarda tutti e il cui finale dipende da tutti noi.
GRAZIE”.

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